CONTAMINAZIONI – Incroci di itinerari sapienziali di Giancarlo Vianello. Recensione di Stefano Cavalitto


Giancarlo Vianello

Contaminazioni

Incroci di itinerari sapienziali

Mimesis, Sesto San Giovanni (Mi), 2023

Pagg.252

Stefano Cavalitto

Il viaggio tra Cordoba e Bukhara in cui ci accompagna Giancarlo Vianello in questo testo è il viaggio dell’esperienza sapienziale millenaria che trova il suo scenario idealmente proprio nel territorio compreso tra questi due opposti. Usiamo il termine opposti non a caso: a Cordoba nel 1126 nasce colui che in Europa conosciamo come Averroè, mentre nell’attuale uzbeka Bukara poco più che cento anni prima nasce colui che conosciamo come Avicenna, i quali, seguendo ciò che ci dice l’autore segnano due estremi del pensiero filosofico medioevale islamico. Il primo, Averroè, mira a restaurare il pensiero aristotelico nella sua visione originale, liberandolo da elementi platonici ed inserendolo in una visione esoterica ne limita l’esegesi ai soli in  grado di comprenderla correttamente. Ma soprattutto distrugge il livello angeologico pensato da Avicenna che lo precede storicamente. Sul polo opposto, quindi, l’angeologia avicenniana con il mondo del Malakut definisce lo spazio intermedio tra cielo e terra, il mondo delle visioni e dell’ispirazione profetica. Tale punto è centrale, anche per una prospettiva che sconfina in territori psicologici: è questo lo spazio delle trasformazioni, del possibile cambiamento, usando un linguaggio analitico. Quello in cui nell’esoterismo islamico l’anima del singolo può progredire verso il divino, quello in cui le anime umane possono entrare in contatto coi le anime celesti, invece ovviamente secondo una terminologia religiosa. Averroè di converso negando tale livello nega così il mondo immaginale. Non a caso la nostra attenzione verterà in modo particolare sul capitolo intitolato “mundus imaginalis. Qui Vianello disegna punti di congiunzione che vanno ben oltre le tracce di contaminazione a cui si rifà il titolo del libro. Il mondo immaginale è il luogo dove l’immagine anticipa il concetto: è solo dopo che la concettualizzazione cristallizza l’immagine e lo rende disponibile alla coscienza. Riprendendo Hillman da Fuochi Blu, giustamente citato da Vianello: “ Vedere l’archetipo in una immagine non è un’azione ermeneutica, ma un’azione imagistica”. L’amplificazione dell’immagine non è  per produrre un significato, ma porta a nutrirla e a nutrirci con ulteriori immagini che ne espandono il senso. D’altronde seguendo ciò che  scrive Vianello, quando passiamo dall’immagine alla donazione di significato, certo, abbiamo il suo significato, ma ne perdiamo l’esperienza. Numinosa aggiungiamo noi.

Man mano che la lettura densa e intensa procede, una figura, un’immagine proposta da Vianello rimane impressa nella mente e nel cuore (almeno al sottoscritto). E’ l’immagine dell’Angelo. E’ un’immagine poco frequentata dalla letteratura psicologica, tuttavia così potente e preziosa.

Per Henry Corbin l’angelo rappresenta quella realtà immaginale in grado di conferire un senso al mondo dei fenomeni al fine di eludere la caduta nello storicismo. E nel concretismo, possiamo aggiungere.

Se in una prospettiva junghiana l’anima è la connessione tra conscio ed inconscio, seguendo la speculazione di Corbin, la figura angelica può esercitare la connessione tra il cosmo ed il divino, tra il mondano ed il trascendente, intendendo in questo caso per trascendente sia la funzione che mette in contatto coscienza ed inconscio, sia tutto ciò che pare essere escluso dalle possibilità materiali dell’uomo. Ecco la “contaminazione” tra linguaggio religioso e linguaggio psicologico.

Forse un esempio può aiutarmi a sottolineare questo punto descritto da Vianello.

Spesso leggendo testi di saggistica come quello di cui stiamo parlando, un retropensiero ci porta a dire che tali riflessioni siano tanto elevate su di un piano intellettuale quanto distanti dalla vita quotidiana che nel caso di un analista, di uno psicoterapeuta è l‘esperienza clinica, l’incontro con il paziente e con la sua sofferenza. Ebbene, lasciamoci guidare da Donald Kalsched per constatare quanto possa essere pregiudizievole tale pensiero, almeno in questo caso: Kalsched nel suo “Il trauma e l’anima”  parla esplicitamente della figura dell’angelo e ci dice che secondo lui ci sono sommariamente tre modi di concepirla dal punto di vista della clinica. Il primo considera il fatto che chi è vittima di un trauma possa “inventarsi” una figura salvifica, quale l’angelo è, per poter sopportare l’insopportabile creando così una fantasia, una sorta di allucinazione che funga da difesa primitiva; è questa la via forse più comune che Kalsched stesso definisce però materialista e riduzionista. Il secondo modo di concepire la figura dell’angelo all’interno di una dinamica clinica sarebbe quello definibile come “soprannaturale”: chi subisce un trauma è al centro di un intervento di un autentico ente spirituale che scende “dall’alto” nella vita terrena della vittima nel momento di una sofferenza indicibile per salvarla da tale insopportabile evento; la chiesa cristiana potrebbe parlare in questo caso di esplicito miracolo o di qualcosa che si avvicina molto a tale evento.

C’è tuttavia una terza possibilità che Kalsched chiama “psico-spirituale.

In questo caso, la figura dell’angelo, rappresenterebbe un’entità autoprotettiva affiorante dall’inconscio collettivo che con la sua componente spirituale viene in soccorso dell’io: l’angelo vedendo l’orrore annientate del trauma pone la vittima in una sorta di trance dissociativa da ciò che – quanto meno in quel momento- è intollerabile per l’io. In questo caso la figura archetipica dell’angelo funge sì da difesa, ma il suo scopo, il suo fine sarebbe quello di ristabilire un livello mitopoietico tra realtà e fantasia in cui l’anima della vittima del trauma possa continuare a vivere. Lo scopo della dinamica difensiva, oltre che essere la protezione dell’io, è quello di creare un sistema di autocura che preservi un luogo psichico in cui l’anima del soggetto possa sopravvivere.

L’anima così intesa vive perciò in una matrice mitopoietica tra realtà e fantasia.

L’anima vive nel mundus imaginalis.

Soffermarsi soprattutto sul tema del mondo immaginale all’interno del testo di Vianello vuole dire tralasciare, almeno in questa sede, i corposi capitoli sull’Iran pre-islamico, sul mistico Sohrawardi, sui culti mithtraici e misterici.  Basti dire che secondo l’autore, in alcuni ambienti islamici esoterici il Libro Rosso viene addirittura definito, ereticamente, il Corano di Jung..

Una citazione un minimo maggiormente circostanziata, tuttavia, va fatta a mio avviso circa il capitolo intitolato Corpus Hermeticum in cui spicca la figura di Marsilio Ficino, il pensatore rinascimentale la cui visione filosofica riprende il sincretismo caratteristico dell’epoca ellenistica. In particolare vale la pena soffermarsi sull’idea riportata in uno dei trattati che compongono il Corpus in cui viene descritto il modo in cui l’intelletto, secondo la visione gnostica, è offerto agli uomini: esso non può essere concesso indistintamente a tutti, ma è una meta a cui giunge con adeguato sforzo solo chi ne sente il richiamo, Il richiamo del Nous. A tale scopo l’intelletto è versato in un enorme cratere e solo lì l’umanità lo può raggiungere. La connessione che ne segue nel testo di Vianello ci porta a riecheggiare la tradizione letteraria del Graal la cui fonti potrebbero essere cercate proprio nell’ispirazione ermetica. Anche il citato Corbin commenta abbondantemente tale possibile contaminazione.

Già, contaminazione e contaminazioni sono il fil rouge del testo di cui stiamo parlando. Cosa vuole dire contaminare? Creare delle connessioni, dei ponti, forse dei contagi, il tutto però tende quindi verso un telos unificante, per estremo potremmo dire verso la creazione di un tutt’uno, in cui le differenze magari sussistono ancora, ma vengono messi in evidenza soprattutto i punti di contatto. Ed allora riprendendo la riflessione proposta nella post-fazione del testo redatta da Luigi Vero Tarca, che fine fanno coloro che invece mettono l’accento sulle differenze, sulle divisioni? Gli eretici? “Eretici di tutto il mondo unitevi” è proprio la frase di Corbin con cui Vianello apre il suo libro. La sentenza risulta perciò – e solo così può essere compresa- paradossale. E’ con tale paradossalità che chiudiamo, proprio con le parole di L.V. Tarca:” Come si fa ad unire coloro che sono definiti dal fatto di costituirsi mediante un’opera di divisione?” Dobbiamo quindi prendere sul serio tale paradosso e la sfida che porta: la (im)possibile unità degli eretici, i divisori.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto