” Frange di solitudine nell’era post moderna” Luca Pinciaroli e Teresa Legato ottobre 2018

Nel suo libro “Psiche”, Luigi Zoja scrive: “Ogni proiezione richiede una partecipazione, chi ama
proietta i suoi sentimenti sulla persona amata: questo significa che vuole la sua presenza. Chi ritira
le proiezioni ha meno necessità di presenze: ritiro dopo ritiro si sottrae al mondo. Il sentimento
d’amore autentico trova il suo germe nella consapevolezza profonda di essere mancanti.”
Possiamo definire l’appartenenza come il sentirsi parte di un insieme significativo, di un campo
percepito come possibile luogo, tempo di dialogo e condivisione della propria soggettività.
Il processo di assimilazione di nuovi significati e di molteplici esperienze derivanti dall’universo
sociale, nonché la capacità di integrazione di questi ultimi con i contenuti e le conoscenze già precedentemente acquisite ed elaborate dall’universo familiare costituiscono invece, la base dell’evoluzione psichica di ogni individuo. Possiamo definire l’appartenenza come il sentirsi parte di un insieme significativo, di un campo percepito come possibile luogo, tempo di dialogo e condivisione
della propria soggettività.
Aristotele , contraddicendo il senso comune, spiega che lo schiavo è colui che non ha legami, che
non ha un suo posto, che si può utilizzare dappertutto e in diversi modi. L’uomo libero invece è colui che ha molti legami e molti obblighi verso gli altri, verso la città e verso il luogo in cui vive.
L’immagine con cui Daria si presenta al gruppo sarà quella di una “Particella vagante nell’universo
infinito, insulsa in mezzo alle meraviglie del mondo”.
Ma è proprio nelle parti giocate nelle scene ed immagini dei compagni di gruppo che Daria può
cominciare ad accedere e riconoscere come proprie della parti negate e svalutate.
In un immagine portata da un ragazzo del gruppo Daria interpreta le lanterne appese al bastone tenuto in mano da un funambolo che cammina su un filo.”Le lanterne ci aiutano a camminare sul filo,
quello che ci da fastidio a volte ci serve…” dirà condividendo con Matteo l’emozione provata nell’interpretare la parte.
Lo spazio del gruppo è lo spazio dell’incontro possibile con l’Altro, in una seduta di gruppo in cui
drammatizza il suo stare nel gruppo Daria si colloca nella stanza al bordo vicino alla porta, “mi sento come un senatore romano ,sono vicino alla porta, sono contenta e comoda , da qui vedo tutto e
tutti e sono a mio agio.”
Dirà successivamente condividendo un’esperienza in cui chiedemmo di camminare nella stanza occupando più spazio possibile: “Occupare spazi più grandi richiede più responsabilità ed è più pericoloso. C’è sempre qualcosa e qualcuno a cui devi fare attenzione. Quando sei piccolo è meno spaventoso. Non c’è niente che devi temere.”
Si immagina come un fiore nero a braccia conserte in mezzo a tanti fiori colorati che si dimenano.
“Ho perso il mio colore”, dice, “sono ferma, arrabbiata e sporca nell’anima. tengo per me le cose
inquinanti e a volte mi sembra di essere solo quello. Ora sarebbe utile solo dimenticare , resettare e
rinascere da capo”.
L’incontro con l’Altro è anche l’incontro con le sue emozioni, con il suo dolore, con il suo desiderio
e insieme paura di mostrarsi alla ricerca di uno spazio da abitare. Il gruppo nel suo rappresentare e
ritualizzzare costantemente limiti e confini rappresenta il luogo dove fare esperienza dell’incontro
con l’Altro.
Daria si autorizza ad accennare al male, quello da cui si sente abitata, l’essere sbagliata, il suo dolore, la sua rabbia. Sembra non poterlo mai completamente nominare, lo accenna , lascia l’altro sospeso nell’attesa di capire ciò di cui sta parlando.
“Vorrei tornare ad avere paura di qualcosa, ho fatto cose brutte di cui mi pento. Vorrei liberarmi di
qualunque gancio.”
Daria oscilla tra immagini polarizzate, quelle in cui il Male è totalmente proiettato all’esterno e che
lei non può che patire soccombendo e quelle in cui lei è il Male, i sui sentimenti negativi, la sua
rabbia, il suo sentirsi Altro rispetto alle aspettative altrui. In questo oscillare evoca la necessità di un
equilibrio, “quel che da fastidio può tenere in equilibrio”, una nuova funzione del dolore e della sofferenza e insieme la possibilità di integrazione tra parti e ruoli.
Si racconta attraverso l’immagine di un suo amico, parte con cui si cambia nello psicodramma
“Sono arrabbiato e triste, non mi importa niente degli altri. Ho una storia brutta. Ho una ventina di
anni. Sono oscuro e nero ma sto cercando di dare una possibilità a tutti quelli che ho intorno.” Daria
evoca la possibilità di riconoscere il proprio bisogno dell’Altro, le proprie parti fragili e sofferenti,
di potersi fidare ed affidare, di incontrarsi senza smarrirsi.
“Mi sento incastrata nella differenza”, dirà Daria durante una seduta di gruppo per descrivere la sua
emozione in seguito alla drammatizzazione di un compagno. Daria con questo sembra volerci raccontare della complessità di cui si sente costituita, differenze tra le aspettative degli altri e del
mondo e quelle che sente essere sue istanze più autentiche, differenze tra la fantasia onnipotente e il
concetto di limite. Descriverà la speranza in una immagine di sole terra e acqua e le darà il titolo “la
speranza nell’oblio” , oblio che sarà trasformato dal gruppo nella possibilità di lasciare andare,
compito doloroso e faticoso. Differenziarsi, come compito evolutivo è proprio, usando le parole di
Daria “ accogliere la responsabilità della propria esistenza e il rischio di ciò che è nuovo”.
In conclusione, la costruzione di contenitori paralleli di cura, ha permesso a Daria di narrare il suo
disagio attraverso sfondi differenti, connettere il suo dolore a quello della sua famiglia, dei suoi
contesti di vita, dargli un nome, cominciare a riconoscerlo evocando contemporaneamente parti
capaci di esplorare una progettualità.
Osservare guidata le relazioni familiari ha permesso a Daria di sentirsi meno sola e più capita
all’interno della casa e della sua storia. Partecipare alle sedute di psicoterapia familiare ha permesso
a Daria di ascoltare la sua famiglia e parlare con loro, riconoscere nella storia dei genitori ferite che
pensava appartenere solo a lei e condividere con loro sogni e fantasie.
Capire Daria per la famiglia significa accorgersi di non avere capito, di aver preteso troppo, per
troppo tempo, di essere troppo importanti o di non esserlo diventati abbastanza.
Contemporaneamente nella psicoterapia individuale e in quella di gruppo Daria ha potuto
autorizzarsi uno spazio solo per se , in cui poter dare voce ai suoi sentimenti, alle sue paure, a
dolori e rabbie a lungo inespresse, farne esperienza e giocare ruoli nuovi ed inesplorati.
Vasi comunicanti, contenitori porosi, le esperienze dell’uno confluiscono nell’altra e viceversa
costruendo uno sfondo punto di contatto in cui definire la relazione e l’incontro con l’Altro.
Infine, diversificare gli interventi permette anche a noi operatori di sperimentare la condivisione
gruppale fatta di competenze e sguardi differenti contro la solitudine nella quale spesso ci troviamo
invece ad operare.
”Lo sguardo dell’adolescente in crisi suicidale è quello della morte. Lui è identificato con le ragioni
del suo carnefice e rivendica le motivazioni della morte contro quelle della vita. Non è prudente
affrontare da soli la volontà di morte del giovanissimo paziente: è assolutamente necessario
stendere attorno all’adolescente suicidale una rete di presenze affettive e professionali di cui si è
promotori e registi nonché umili servitori.”
(Gustavo Pietropolli Charmet, Uccidersi)

 

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