“Frontiere, confini e desideri desiderabili”
LucaPinciaroli*,MassimoMasieri**,ClaudiaArmillotta***,Paola Isaia***
* psicologo psicoterapeuta ASL TO2
** educatore, arteterapista ASL TO2
*** psicoterapeute specializzante ASL TO2
“Frontiere, confini e desideri desiderabili” è il titolo del workshop residenziale propo- sto ad un gruppo di giovani adulti (18- 25 anni) in carico al Centro di Salute Mentale del DSM Basaglia dell’ASL TO2 di Torino. La proposta di questo workshop, la defi- nizione degli obiettivi e dei temi trattati, ben esplicitati dal titolo, è nata dal lavoro dell’equipe dell’area psicoterapie di gruppo, che, dal 2008, offre uno spazio di lavoro in gruppo attraverso lo psicodramma ai ragazzi in questa fascia di età. Ragazzi che, nel delicato passaggio alla vita adulta, sono smarriti e bloccati in realtà statiche in cui non è possibile aprirsi alla dimensione del desiderio, né a quella dell’incontro tra- sformativo con l’Altro, essendo mancata loro l’esperienza del limite e della mancan- za, indispensabile per poter accedere ad una dimensione progettuale di sé. Gli stru- menti di lavoro utilizzati durante il workshop sono stati il gruppo, lo psicodramma e l’arteterapia: il gruppo, come funzione paterna, ha garantito la presenza di confini si- curi dentro i quali poter sperimentare; lo psicodramma e l’arteterapia hanno permesso ai corpi di fare esperienza di incontri e di trasformazioni, utilizzando il fare come me- tafora del movimento contro l’inibizione del fare e come canale per mostrarsi all’altro e vedere l’altro.
Parole chiave: gruppo, psicodramma, arteterapia, giovani adulti, limite, desiderio, me- tafora del movimento, funzione paterna
“Borders, boundaries and desirable wishes” is the title of the residential workshop of- fered to a group of young adults (aged 18-25) of the Centro di Salute Mentale (Mental Health Center) of the DSM Basaglia of ASL TO2 in Turin. The idea of the workshop, the definition of the objectives and the topics, which are clearly expressed in the title, come from the work of the team dedicated to group psychotherapies, which has been offering group psychodrama sessions to young adults of this age since 2008. In the delicate move to the adult age, these young adults are lost and stuck in static realities where it is not possible to open up to the dimension of desire nor to the transforming encounter with the Other, since they didn’t have the experience of boundaries and lack. These two elements are necessary to acquire the ability to make projects for one- self. During the workshop the following instruments were used: group, psychodrama and art therapy. The group, as a paternal function, ensured the presence of safe boun- daries enabling individuals to experiment; psychodrama and art therapy enabled the bodies to experience encounters and transformations, using doing as a metaphor for the movement against the inhibition of doing and as a way to show oneself to the Other and be able to see the Other.
Key words: group, psychodrama, art therapy, young adults, boundaries, wish, meta- phor of movement, paternal function.
“Perdarevitaadunastelladanzante, occorreaveredentrodisécaoseconfusionefrenetica”.
Nietzche
Può ancora esistere il desiderio nel mondo del tutto possibile ed accessibile?
Può esistere ancora il gusto del progetto, dell’attesa e della fatica nel mondo del godimento immediato?
Che spazio può avere la funzione paterna nell’epoca del dissolvimento del padre?
Ci poniamo queste domande di fronte a scenari ritratti dell’epoca che viviamo, definita post moderna, liquida, flessibile. Epoca ritratta attraverso la mutazione dei concetti di tempo e di spazio, in cui un continuo movimento all’interno del mito del libero fluire dell’esperienza si sostituisce ad un fare progettuale, in cui l’incontro con l’Altro diviene assai difficoltoso e pericoloso perché il legame è antagonista del movimento libero. Epoca in cui diviene impossibile trovare qualsiasi forma di soddisfazione o gratificazione rispetto al desiderio in quanto la gratificazione è sempre al di là dell’essere realmente realizzata, a volte impossibile da desiderare.
Perché senza una funzione che ci allontana dal soddisfacimento immediato dei propri bisogni non esiste desiderio, non esiste relazione.
Dal 2008 l’area delle psicoterapie di gruppo del DSM Basaglia, ASL Torino2, propone uno spazio terapeutico di gruppo rivolto a ragazzi “giovani adulti” nella fascia di età tra i 18 e i 25 anni.
Negli ultimi anni sempre più numerose sono le domande che ci troviamo ad affrontare di ragazzi totalmente privi di una rete sociale, ragazzi e ragazze che, interrotta la scuola in giovanissima età, ci portano lunghi anni di “vuoto” relazionale e assenza totale di una progettazione futura. Sono ragazzi e ragazze privi di qualsiasi senso di comunità’, incapaci di incontrarsi con l’altro reale vissuto come pericoloso e perciò rinchiusi nella loro solitudine, riempita solamente di ruoli fittizi, di “avatar” attraverso cui si identificano in identità ideali spesso onnipotenti, violente oppure capaci magicamente di risolvere ogni difficoltà. Ruoli virtuali che riempiono le giornate, che scandiscono il tempo e giustificano il ritiro da ciò che sta fuori dalla loro stanza e funzionano da contropartita a quel profondo senso di impotenza di fronte al difficile compito di ritagliarsi un posto nel mondo.
Altri ancora rinunciano a qualsiasi tipo di ruolo, chiusi nelle loro case riempiono il tempo illimitato di assenza di desiderio, di paura dell’altro, coltivano la disconnessione totale come grido di protesta contro la richiesta di connessione continua. Inibizione, isolamento, rinuncia al “gesto”, all’azione che, come dice Hanna Arendt (1988), “irrompe imprevedibile (nella ripetizione tutto è previsto e, quindi, controllato) e orienta il futuro in uno dei suoi percorsi possibili”. L’Altro non è un altro reale ma un altro oggettivizzato, strumento di riconoscimento e non possibilità di incontro e di scoperta. L’Altro diviene un modello a cui tendere fino ad assorbirne l’essere, contemporaneamente diviene un rivale che possiede le qualità e gli oggetti verso i quali maggiormente si anela e al cui sguardo risulta impossibile sottrarsi. “L’imitatore, quindi, vede nell’altro il modello da imitare e in quello stesso momento il modello diviene il rivale, il nemico mortale.” (Girard, 1999) La possibilità di incontrare l’altro rappresenta così il luogo della frontiera, del nuovo, della separazione dal “già noto” , del desiderio che definisce e in quanto tale è negato e rifiutato con paura. L’Altro inteso sia come “altro da sé”, compagno di viaggio, vicino di banco ecc…che come parti altre, sconosciute, inaccessibili o impossibili da mostrare, altro come desiderio incomunicabile, a volte inaccessibile e sconosciuto perché privo di un linguaggio attraverso cui manifestarsi.
| Tabella1-sintesidelprocessodiideazionedelwork-shop.Dalleareeproblematicheagli obiettivi attraverso la definizione degli strumenti. | ||
| aree problematiche | strumenti | obiettivi/verifica |
| Blocco nelle fasi evolutive | M o v i m e n t o c o r p o r e o / immaginale, costruzione scultura, esplorazione del territorio | Dal blocco in cui tutto è sempre identico al progetto del movimento e ancora al movimento progettuale |
| Stili relazionali disturbati | Gruppo, condivisione, “fare insieme” | Esperienza di un clima gruppale collaborativo |
| Esperienze traumatiche di “violenze subite”/ esclusione | Gruppo, esperienza di sguardi accoglienti non giudicanti, fiducia | Rielaborazione degli “ostacoli” non più come barriere insuperabili ma come esperienze elaborabili e raccontabili |
| Assenza di progettualità | M o v i m e n t o c o r p o r e o / immaginale, costruzione della casa nel bosco | Individuazione di direzioni “possibili” |
| Isolamento sociale/assenza di interesse sociale e senso comunitario | Residenzialità, regole condivise | Esperienza dell’Altro come sostegno/”stampella” |
| Identità “virtuali” | Ricerca e manipolazione degli elementi, costruzione casa nel bosco | Legittimazione delle fantasie di separazione |
Comincia il viaggio
Ci proponiamo di approfondire l’esperienza dell’incontro con l’Altro attraverso la proposta di 3 giorni di work-shop residenziale presso la struttura di Pracatinat a quota 1700 metri immersa nel parco naturale dell’Orsiera.
Il gruppo che aderisce è composto da 4 ragazzi, due ragazze e due ragazzi di età compresa tra i 19 anni e i 24 anni. Tutti sono utenti in carico presso il DSM “Basaglia”, tre di loro hanno partecipato all’ultimo ciclo di psicoterapia di gruppo rivolto a giovani adulti, una arriva da un percorso specifico sui disturbi dell’alimentazione. Una di loro è una studentessa universitaria, uno si è appena diplomato, un altro dopo il diploma ha interrotto gli studi e un’altra ha recentemente ricominciato a studiare alle scuole serali dopo aver abbandonato la scuola a 15 anni.
Tutti e 4 sono vittime di episodi di bullismo o di forte emarginazione che hanno reso gli anni della scuola molto difficili e sofferenti e hanno relazioni sociali in alcuni casi
assenti, in altri profondamente disturbate e poco stabili. Per uno dei ragazzi è la prima esperienza fuori casa senza i propri genitori, per tutti è la prima esperienza di un workshop residenziale di lavoro su di sé.
Il gruppo avrebbe dovuto contare di due ragazzi in più che all’ultimo momento hanno disdetto la loro partecipazione.
Prima giornata: ritrovo presso la struttura di Pracatinat all’ora di pranzo, breve sistemazione nelle stanze e inizio dei lavori sotto la tettoia/capanna in mezzo al bosco che abbiamo scelto come luogo per le sessioni di gruppo. Presentazione delle giornate, rito di inizio e partenza per la lunga passeggiata di scoperta della valle. Brevepausaperunpranzoalsaccoepoisiprocedeinsilenzioognunoconilcompito di osservare, ascoltare e sperimentare il luogo che ci ospita e raccogliere elementi, pietre, rami, fiori, foglie ecc. da portare con sé. Rientro nel tardo pomeriggio sotto la tettoia e prima sessione di arteterapia in cui utilizzando i materiali raccolti creiamo unascultura/autoritratto.Ritodichiusura.Rientronellestanze,cenanellastrutturae poi visione del film “il figlio dell’altra”.
Seconda giornata: ritrovo dopo colazione sotto la tettoia per ricominciare i lavori. Rito di apertura. Seconda sessione di arteterapia in cui modifichiamo/proseguiamo le sculture. Condivisione e passaggio alla sessione “la casa nel bosco”: ciascuno è invitato a esplorare il bosco, scegliere un’area in cui edificare la propria capanna, i materiali più adatti e costruirla. Ognuno al termine presenta la propria casa al gruppo. Rito di chiusura e pausa pranzo. Ripresa dei lavori nel pomeriggio, terza sessione di arteterapia in cui continuiamo a lavorare sulla scultura che si trasforma nuovamente. Breve pausa e lunga sessione di psicodramma all’interno dell’anfiteatro naturale di pietra poco distante dalla tettoia, luogo che abbiamo scelto per il suo calore, la sua luce e il suo silenzio oltre che per la sua naturale bellezza. Rito di chiusura, saluto al sole. Partenza per la cena all’aperto. Raggiungiamo un’alta collinetta dove si può accendere il fuoco e insieme prepariamo prima del buio lacena. Suoniamo e raccontiamo lunghe storia fino a tardi.
Terza giornata: ritrovo dopo la colazione sotto la tettoia, condivisione dell’esperienza, ultima sessione di lavoro con la scultura che riponiamo ciascuno all’internodellapropriacasanelbosco.Raggiungiamoilpuntopiùaltodellavalle,il colle delle Finestre, a picco tra la val di Susa e la val Chisone dove attorno ad un tavolo di pietra con su scolpite le direzioni ritualizziamo la conclusione del percorso.
La preoccupazione insieme con il desiderio di sperimentarsi sono le emozioni prevalenti all’inizio del nostro lavoro insieme.
Ad accompagnare i ragazzi nel lavoro e come filo conduttore delle esperienze e delle riflessioni emergenti ci sono gli elementi: acqua, aria, terra e fuoco: insieme contesto che ci circonda, parti di sé simbolicamente contenute in essi, ma anche possibilità di fare esperienza corporea per cominciare a tracciare confini, frontiere. Accedere così al desiderio che può esistere solo attraverso la definizione o ridefinizione di limiti e di frontiere intese non come un muro che impedisce il passaggio, ma una soglia che invece invita l’attraversamento. (Augè M., 1992)
Gli elementi accompagneranno i ragazzi lungo il loro percorso. Elementi che chiediamo dapprima di incontrare e sperimentare lungo la passeggiata attraverso gli scenari che ci ospiteranno, poi di raccoglierli scegliendoli e infine di utilizzarli per costruire la propria scultura e trasformarla nelle sessioni di lavoro che le dedichiamo.
Elementi
attraverso cui progettare e costruire la propria casa nel bosco, con cui arredarla, con cui i ragazzi cucineranno il cibo per la cena all’aperto, elementi a cui verranno affidati il ricordo dell’esperienza vissuta e che i ragazzi porteranno con sé lungo il proseguo del viaggio dopo il ritorno. Elementi che diventano anche parti di sé, emozioni, anima e che accompagneranno il gruppo in viaggi immaginali durante la sessione di gruppo di psicodramma. Dalla scultura, alla casa nel bosco. Un luogo in cui abitare delle possibilità, in cui fare esperienza di uno spazio da progettare ed occupare, un luogo in cui ospitare amici a prendere un caffè oppure in cui ritirarci. Un luogo fragile senza pareti, mosso dal vento e dagli alti soffitti che si aprono al cielo oppure dall’architettura troppo complessa per reggere i movimenti al suo interno. Una casa quindi da ricostruire in continuazione, da adattare, in cui imparare l’arte dell’equilibrio e della stabilità. E poi ancora alle immagini di queste nella psiche attraverso la lunga sessione di psicodramma in cui dare voce agli elementi, diventare le proprie sculture per poter raccontare una direzione verso cui proseguire e cominciare a ricercare un gesto attraverso cui intraprendere il cammino. Ritornare infine alla scultura che potrà essere ora riposta e custodita in quello spazio nuovo che è la nostra casa nel bosco, in attesa di nuove possibili trasformazioni.
Autoritratti in movimento
Le sculture prodotte dai ragazzi come un autoritratto in movimento si trasformano ogni giorno durante le sessioni di gruppo arricchendosi così di nuove scoperte e di nuove possibilità. I gesti attraverso cui manipolare gli elementi, posizionarli nello spazio, sceglierli, ci parlano della possibilità di progettare un movimento e di muover- si in maniera progettuale. Le immagini mostrano la sequenza e le trasformazioni delle sculture lungo le tre sessioni di lavoro.
“avreivolutofarlastareinpiediforsecistarà…”.C. scopre l’esistenza di parti in
trasformazione, parti a cui non si sa ancora dare un nome ma che si sa dove trovare quando se ne ha bisogno. Parti capaci di buttarsi, desiderose di sperimentarsi, parti che possono sfidare i cambiamenti verso i quali vanno incontro. Parti che possono accogliere un sostegno per poter stare in piedi, muoversi e viaggiare verso il proprio orizzonte.
“come una cintura sulle montagne russe….” M. con la sua scultura ci parla di un difficile equilibrio, di un sentimento di precarietà e di instabilità. Del bisogno di “legami” e di una “cintura” per potersi sentire sicuro sulle “montagne russe” della vita. Di come però questi legami possano anche impedire i movimenti e della possibilità così di muoversi fidandosi del proprio desiderio capace di dare rassicurazioni e istruzioni: “sulla mia strada non ci si sentirà mai soli”.
“abitudini mie, solitudini mie…comunicanti però con un’altra capanna… oral’accesso è più semplice…” R. arrivato sotto la tettoia scopre di non aver raccolto materiale, riesce a farsi prestare un unico legno, un rocchetto a forma di chiave inglese che diviene la sua prima scultura. Il movimento del gruppo lo autorizzerà a procurarsi scegliendolo del materiale e a scolpire anche lui la sua scultura. Scopre così la nascita di parti nuove contrapposte ad altre antiche: ci vuole tempo per autorizzarle, nascono come dal nulla, dallo sguardo rivolto all’impulso creativo dei compagni di viaggio. Una casa nuova, moderna, di fronte ad un’altra più vecchia. Stabile, forse non ancora terminata la prima, capace di comunicare con ciò che sta all’esterno dove ci sono dei vicini. Un’altra più antica che si può lasciare senza distruggerla, luogo da cui si proviene e che ha avuto una funzione nella propria storia.
“la pigna sono io: ora dentro una casa avvolta da un guscio arido costruito nel tempo… Lungo la strada ci sono degli ostacoli ma scopro anche di poter usare delle stampelle..”Attraverso le trasformazioni della sua scultura dapprima fatta di elementi scissi senza comunicazione tra loro, V. scopre la possibilità di lasciare il guscio “stropicciato” fatto di insicurezza, di impossibilità di fidarsi dell’altro, di paura, per intraprendere quella strada che porta alla realizzazione di se’. Una strada faticosa fatta di ostacoli da superare che se percorsa permetterà di trovare delle stampelle su cui poggiarsi.
Dispositivo clinico
Il gruppo è stato un elemento essenziale dell’esperienza del work-shop.
Secondo Anzieu il gruppo terapeutico offre ai suoi membri la sicurezza narcisistica di base che essi cercano, aiutandoli anche a riconoscerla e rispettarla negli altri, costruendo nel gruppo una cosiddetta area transizionale. Il gruppo diventa contenitore degli affetti e delle angosce dei suoi partecipanti, fornendo un involucro psichico che ogni membro può interiorizzare come un Io-pelle che possa sopperire al suo Io-pelle originario danneggiato. Contemporaneamente, il gruppo offre un’area all’interno della quale i suoi membri possono sperimentare una riscoperta dei legami umani fondamentali.
In gruppo abbiamo cominciato il lavoro e costantemente al gruppo si tornava per scambiare il materiale raccolto, per condividere pensieri e riflessioni o per mostrare ciò era stato costruito. Per alcuni non è stato subito facile entrare in una dimensione gruppale, chi inizialmente ricercava la coppia come numero rassicurante e consolatorio dall’ansia legata all’esperienza. Chi per la stessa ragione ricercava invece la solitudine, la lontananza. Vicinanza eccessiva, lontananza eccessiva come facce della stessa medaglia che parla della difficoltà di incontrarsi con l’altro invisibile allo sguardo o totalmente indistinguibile da sé.
Guardarsi nel cerchio, osservare il materiale raccolto dagli altri, osservare gli altri intenti nella costruzione della propria opera fa nascere il desiderio. Per primo quello di possedere del materiale, trascurato da alcuni durante la passeggiata, poi quello di usarlo per costruire qualcosa prima più timidamente poi anche grazie al coraggio del gruppo, osando sempre un po’ di più.
Il gruppo accoglie le parti più in difficoltà senza giudicarle e le sostiene, fa sentire queste parti non come erbacce da estirpare ma germogli da aiutare a crescere.
Gruppo quindi come motore di trasformazione e di attivazione di parti nuove e come possibilità di sperimentare lo sguardo altrui come uno sguardo che contiene e di cui ci si può fidare. Ci confrontiamo così con una funzione paterna del gruppo, luogo capace di offrire dei confini da sperimentare, in cui incontrare l’altro misurandosi attraverso somiglianze e differenze e attraverso cui accedere al desiderio, luogo di attraversamento tra la fusione materna e il mondo dei simboli sociali e culturali.
Nella nostra esperienza è significativo che laddove la figura paterna è carente o assente, i sentimenti distruttivi dell’archetipo materno prevalgono e sono alla base di angosce di separazione e fusionali responsabili di assenza o d’incompletezza del senso d’identità. Il soggetto è così costretto a trovare una immobilità assoluta che è rappresentata dalla coazione a mantenere gli oggetti abituali sempre allo stesso posto, perché il cambiamento è perdita di identità. La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina , ma di testimonianza. La testimonianza di come si possa stare al mondo con desiderio e , allo stesso tempo con responsabilità. Solo l’incontro con l’esistenza del limite e della mancanza può generare il desiderio come potenza generativa. (Recalcati, 2013)
Il “fare” rappresenta la dimensione del corpo, camminare alla scoperta del territorio che ci circonda, sentire gli odori, i rumori, sperimentare con il tatto la temperatura, la forma, il peso degli oggetti incontrati, sceglierli portandoli con sé, poi costruire e ricostruire una scultura, una capanna nel bosco. Il corpo come esperienza del confine nell’incontro con ciò che ci circonda, il fare come frontiera tra un prima e un dopo tra ciò che non c’era e ora con la sua presenza mi parla di me. Il fare come metafora del movimento contro l’inibizione del fare e come canale per mostrarsi all’altro e vedere l’altro.
Lo psicodramma integrato con tecniche creative ed artistiche, con il movimento e l’esplorazione del territorio, con la raccolta di materiale, la progettazione e la realizzazione di luoghi e architetture private può essere di particolare beneficio per un gruppo di giovani adulti perché da la possibilità di rappresentare il corpo all’interno di un contesto sensoriale ed emozionale di relazioni con elementi e persone, essi stessi frontiere e confini che veicolano la possibilità di rappresentarsi nella propria separatezza. Un corpo che si muove, che crea, produce e che si incontra simbolicamente con l’Altro entrando così in contatto con i propri ruoli-progetto attraverso la consapevolezza del gesto e dell’azione ed il dialogo con ciò che è prodotto e creato.
Il corpo e le esperienze con il corpo possono essere fonte di insight così come nuove modalità espressive e relazionali per i giovani che partecipano all’esperienza. Il corpo che ci portano è un corpo nascosto, chiuso alla relazione, all’incontro, al contatto. Come ricoperto da un guscio duro, che può anche essere colorato e guarnito, ma nasconde ciò che c’è dentro con tale efficacia da rendere difficile anche il proprio contatto con se stessi. Il confine di sé è confuso con la Maschera, a protezione di una parte di sé fragile e sconosciuta, che se esposta può confondersi e diffondersi senza che sia possibile determinare la differenza fra sé e l’altro.
Il gioco drammatico, “attivando sia il registro delle percezioni dei sensi che quello del corpo, sviluppa l’incisività delle intuizioni conoscitive. Esse, successivamente al loro accesso alla coscienza, possono diventare strumenti di conoscenza della realtà interna ed esterna e tradursi in progetti trasformativi sperimentabili in altri contesti di vita. Solo sostenendo un dialogo continuo e fluido con l’inconscio e la dimensione immaginale dei ruoli che esso ci propone, possiamo acquisire la capacità e la libertà di sviluppare le funzioni rimaste in arretrato e integrare le istanze personali differenti in configurazioni originali, muovendoci in uno spazio ambiguo e equivoco, il mondo dei simboli, al di là dell’asservimento a insegnamenti certi e/o modelli forti.” (Druetta, 1995)
Il passaggio tra i momenti di gruppo e quelli”residenziali” è sempre stato scandito da un rito che ne tracciasse in maniera netta il confine. In cerchio, a volte in silenzio, altre condividendo semplici parole, gesti o sguardi.
In questa continua definizione di limiti e confini, i rituali di apertura e chiusura offrono la possibilità di sperimentare i passaggi. Dal fuori al dentro e dal dentro al fuori, della dimensione di gruppo come dimensione liminale, spazio del come se, differenziato dalla realtà del mondo fuori, ma anche rappresentano il passaggio auspicato e auspicabile per i nostri giovani che dal mondo dell’infanzia e dell’adolescenza transitano verso quello dell’adultità e in questo transito sono bloccati. La ritualità rappresenta quindi la possibilità di passare, fra due mondi, modalità , cicli di vita e modi relazionali, per poi accedere alla dimensione liminoide, luogo della trasformazione.
La dimensione residenziale infine è stata altrettanto forte ed intensa.
Il momento dei pasti, quello del film visto insieme, quello in cui cuciniamo insieme facendo il fuoco, e poi la passeggiata notturna rientrando in struttura, le risate, la musica. Spazi vissuti con estrema serietà dai ragazzi sempre estremamente puntali, rispettosi degli appuntamenti, sorprendentemente capaci a distinguere il dentro dal fuori, a passare dal gusto della convivialità dello stare insieme alle lacrime del gruppo. Una dimensione, quella residenziale di continua negoziazione tra il proprio bisogno e quello dell’Altro.
Riflessioni aperte
In gruppo i ragazzi ci raccontano di quanto sia difficile trovare una distanza giusta. Troppo vicini i particolari prendono il sopravvento, diventava impossibile distinguere la figura intera. Troppo lontani lo sfondo distrae, la figura diventava piccola e non è possibile distinguere le espressioni. La distanza giusta è rappresentata dalla possibilità di distinguere l’altro intero, le sue espressioni senza sentirsene invaso o invaderlo. Tenere la distanza giusta richiede un grande lavoro di aggiustamenti e di attenzione reciproca.
Noi conduttori abbiamo lavorato molto sulla “distanza giusta”. Può capitare a volte che nel lavoro in psichiatria le persone che incontriamo diventino la diagnosi che portano, che la nostra attenzione si focalizzi sul sintomo alla ricerca di cause o soluzioni. Può capitare che anche le persone che incontriamo abbiano un “interesse inconsapevole” nel mostrarci solo quel dettaglio, che lo facciano per sottrarsi dall’incontro con l’Altro.
Incontrare questi ragazzi per tre giorni, dentro e fuori, vicini e lontani ci ha permesso di accorgerci di loro e a loro di mostrarsi a noi, adulti accompagnatori. Abbiamo così incontrato le loro voci intonate, il loro senso del ritmo, la loro ironia sottile, la loro creatività, le loro acrobazie, la loro forza di resistenza, la loro capacità di apprendere, la loro gratitudine e la loro soddisfazione oltre al loro dolore.
Questi incontri ci permettono di rafforzare il nostro sguardo rivolto a loro non solo come utenti dei Servizi per i quali lavoriamo ma come co-costruttori dei percorsi di cura che proponiamo verso la costruzione di un proprio confine/identità con cui stare al mondo e proiettarsi nel futuro ascoltando il proprio desiderio e affinando le proprie risorse.
Un’immagine sociodrammatica costruita durante una sessione di gruppo durante l’anno racconta dell’eruzione di un vulcano che travolge un gruppo di ragazzi esploratori.
La lava da cui non riescono a fuggire li ricopre e li pietrifica immediatamente rendendoli eterni. Come nella storia biblica della fuga da Sodoma in cui la moglie di Lot fu tramutata in statua di sale per aver disobbedito all’ordine di non voltarsi indietro, così nella pietrificazione della malattia che blocca in un passato senza scampo, che impedisce di procedere nelle fasi evolutive, si cela una sorta di fantasia onnipotente e regressiva di eternità, senza fine, senza frontiere. E’ necessario guardare avanti seguendo la legge
del proprio desiderio per salvarsi.
BIBLIOGRAFIA
Anzieu D., (1987), L’io-pelle,Borla, Roma Arendt H., (2000), Vita Activa, Feltrinelli
Augè M. (1992), Nonluoghi.Introduzioneaunaantropologiadellasurmodernità, Eleuthera
Augè M.(2012), Futuro,Bollati Boringhi
Benasayag M, Schmit G.(2003), L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli
Campo R.(2007), Aspettipsicologicidellapostmodernità:ilconsensocomemarker identitario, Narrare i gruppi, prospettive cliniche e sociali, annoII, Vol.I, marzo Castaneda C.(1968), A scuola dallo stregone, Astrolabio
Cianconi P.(2011), Addioaiconfinidelmondo,Perorientarsinelcaos postmoderno ,Franco Angeli, Milano
Gasca G. (2003), Psicodrammaanalitico, Francoangeli, Milano
Girard R. (1999), Ilrisentimento.Loscaccodeldesiderionell’uomonell’uomo contemporaneo , Cortina Milano
Hillman J.(2004), L’animadei luoghi ,Rizzoli
Hillman J.(2005), Cent’annidipsicoanalisieilmondovasemprepeggio“, Rizzoli Hillman J.(2013), Psicologia alchemica , Adelphi
Yalom I. (2006), LelacrimediNietzsche”,Neri Pozza
Pietropolli Charmet G.(2008), Fragileespavaldo”, Editori Laterza
Pietropolli Charmet G.(2012), Cosa farò da grande? Il futuro come lo vedono i nostri figli , Editori Laterza
Recalcati M.(2012), Ritrattideldesiderio,Raffaello Cortina Editore
Recalcati M.(2013), IlcomplessodiTelemaco,genitoriefiglidopoiltramontodel
padre,Feltrinelli
Recalcati M. (2011), Cosarestadelpadre?Lapaternitànell’epocaipermoderna,
Raffaello Cortina Editore
Sennett R.(2002), L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vitapersonale , Feltrinelli
Stern D.N.(2005), Ilmomentopresente.Inpsicoterapiaenellavitaquotidiana,Raffaello Cortina
Sue R.(2001) , Iltempoinfrantumi,Edizioni Dedalo Zoja L.(2000), Il gesto di Ettore , Bollati Boringhieri
