Giocare la matrice: lo psicodramma gruppoanalitico individuativo

Giulio Gasca e Angela Sordano

Giocare la matrice: lo psicodramma gruppo analitico individuativo

Abstract

Nello psicodramma gruppo analitico individuativo sono centrali il concetto di legame, di interconnessione tra le parti, il coinvolgimento dell’osservatore nel sistema che osserva e la funzione “soggetto”, in senso fenomenologico,come base del processo individuativo di ogni partecipante.

Il concetto di matrice dinamica di Foulkes trova una corrispondenza nel concetto di Selbst junghiano applicato ai gruppi, in quanto entrambi considerano il gruppo come totalità, pur con alcune varianti di prospettiva nella lettura del processo gruppale. Il Selbst junghiano rappresenta sia una sorta di poliedro dinamico che favorisce l’interconnessione e lo scambio tra i diversi gruppi interni dei partecipanti e le configurazioni di ruoli che li caratterizzano, sia i processi simbolici che uniscono il gruppo.

Il concetto “ giocare la matrice” mira a mettere in evidenza come la scena psicodrammatica renda esplicito ciò che è implicito nella complessità del dialogo gruppoanalitico e nello stesso tempo contribuisca a sviluppare quel processo onirico che offre a ciascun partecipante la possibilità di “destarsi dal sogno dell’esistenza”, cioè di sciogliere quei vincoli che lo legano ad una realtà percepita come immutabile.Per usare una metafora, se il processo gruppoanalitico costituisce l’ordito di una tela, la scena o le sequenze di scene ne svelano la trama.

Puntidiincontroedifferenzetragruppoanalisiepsicodrammagruppoanalitico

Un gruppo di persone stanno parlando tra loro e dal loro discorso prende forma l’immagine di un evento, accaduto o sognato da uno di loro, che esemplifica e, al tempo stesso, concretizza il problema che il gruppo cercava di chiarirsi.

Il protagonista sceglie tra i membri del gruppo, gli attori che, con lui, rappresenteranno le diverse parti affinché si possa mettere in scena l’evento evocato e dà a ciascuno un minimo di istruzioni (le battute, i gesti, ma anche lo stato d’animo e il carattere di colui che dovranno impersonare). Si gioca, cioè, si rappresenta e si vive nel rappresentarlo, l’evento. Il protagonista, spesso, dopo aver vissuto il suo ruolo, viene invitato a cambiare ruolo, assumendo la posizione prima di uno e poi di un altro attore. Può così vivere, assumendone la prospettiva, dapprima diun suo Sé passato e successivamente le prospettive degli altri Sé con cui allora ha interagito e che sono, al tempo stesso, parti del suo mondo interno.

L’immedesimarsi nella scena gli evoca altri ricordi che si concretizzeranno in una, due, tre scene successive. Gli attori tornano al loro posto, nel cerchio di sedie che circondava lo spazio scenico e ognuno esprime i sentimenti provati nel giocare un determinato ruolo. Ciascuno rimanda al protagonista la propria visione dell’evento e il protagonista farà lo stesso. Da questi scambi emergono altre possibili scene con altri protagonisti che verranno, a loro volta, giocate.

Questo è lo Psicodramma Gruppoanalitico.Ma perché gli diamo questo nome? Cosa intendiamo con Psicodramma Gruppoanalitico?

Innanzitutto, consideriamo il termine analitico. Esso designa un procedimento volto a portare alla coscienza di chi lo pratica le dinamiche preconsce e inconsce che determinano il suo modo di agire. Nello Psicodramma ciò si ottiene ricostruendo e rivivendo, attraverso “scene rappresentate” gli eventi significativi, nella storia di ciascun individuo, che hanno generato il suo attuale rapportarsi alle altre persone e alle situazioni. E si ottiene, inoltre, dando voce, attraverso il suo immedesimarsi nelle diverse parti rappresentate, alle sue parti interne, non integrate nel complesso dell’Io, affinché possa riappropriarsene.

Tali parti sono definite, in diverse teorie, con termini e concetti che ne possono sottolineare aspetti differenti: personalità secondarie nella psicologia Janetiana (Janet,1929), complessi autonomi in Jung (1905-1906), gruppalità interna nella teoria gruppoanalitica (Lo Verso-Di Blasi, 2011), identità dissociate da quella dominante nella psicanalisi intersoggettiva di Bromberg (1998). Esse nascono come modelli di possibilità relazionali nel contesto dei gruppi con cui ciascun individuo si trova ad interagire (il primo è, ovviamente, la famiglia di origine) e, se da un lato, attraverso un processo di proiezione, gli permettono di comprendere gli altri, dall’altra fungono da organizzatori della sua coscienza e del suo inconscio.

La psiche di ciascun individuo nasce così, e si trova ad esistere, come un intreccio di drammatizzazioni, esplicite o latenti, che riecheggiano l’ambito sociale in cui essa si forma e con esso interagiscono, modificandosi continuamente, ma tramandando al tempo stesso script transpersonali e transgenerazionali.

Ora, in qualsiasi gruppo, tali script (Byng Hall,1995) entrano in risonanza con quelli presenti in altri membri del gruppo stesso interagendo con essi. Questa è la base da cui, con un atteggiamento adeguato, essi possono venir portati alla coscienza attraverso il gruppo. L’essenza dello psicodramma gruppoanalitico è, in realtà, quella di qualsiasi analisi.

L’analisi duale come di gruppo, infatti, non sarebbe che un accatastarsi di interpretazioni razionalizzanti se in essa non si esprimessero continuamente configurazioni che coinvolgono profondamente i vissuti di chi ne fa esperienza. Sia se li chiamiamo: Transfert, Controtransfert, Co- transfert, quando vengono agiti, ne sono il vero motore. Si badi bene, non si tratta di acting out o acting in, ma di rappresentazioni (di cui gli analizzandi sono attori) di proprie esperienze passate o di proprie parti interne, interagenti con altre parti proiettate sui presenti ed è irrilevante che ciò avvenga solo con espressioni verbali o che queste siano accompagnate da espressioni posturali, mimiche o gestuali. Rilevante, invece, è ciò le distingue da ciò che è definito come acting,in quanto esse appaiono in uno spazio liminoide (Gasca, 2012),cioè convenzionalmente separato dalla realtà quotidiana e dai fini che in essa si perseguono, come gli eventi su un palcoscenico sono distinti da quelli della vita reale.

In un’analisi di gruppo, che usi strumenti puramente verbali, tali espressioni transferali sono implicite, in quanto colui che le esprime sembra viverle come reali, come relazioni interpersonali nel qui ed ora ed ora e solo il confronto, attraverso i rimandi dei molteplici vertici osservativi da cui è costituito il gruppo, gli rivela la loro natura di ripetizioni e rappresentazioni di antichi modi di relazione e relativi conflitti e svela, attraverso i fenomeni di risonanza e rispecchiamento, le parti interne misconosciute spesso attribuite agli altri presenti. Nello psicodramma gruppoanalitico,la messa in scena rende esplicita la rappresentazione implicita nel dialogo con il gruppo: se Giovanni sceglie Elisa per recitare la parte di sua madre in un significativo momento passato, è a tutti evidente che con Elisa non ha quella relazione che ha avuto con la madre (anche se vi sarà un motivo attuale per averla scelta per fare tale parte).

Così in entrambe le situazioni nella dinamica del gruppo coesistono e si intrecciano tre vertici.

Il primo è la dinamica del gruppo propriamente detta, costituita dai ruoli che ciascuno assume ed attribuisce agli altri e che sono interconnessi.

Il secondo è la storia personale di ciascuno dei membri. In essa si riflettono i ruoli assunti da ognuno nei gruppi di cui ha fatto parte in passato (il primo è la famiglia di origine). Tale storia personale determina l‘interagire di ciascuno nel gruppo attuale.

Il terzo riguarda la rete di ruoli interni, i personaggi che organizzano specifici stati emotividel Sé personale. Essi sono nati dall’interiorizzazione di modelli relazionali passati, attraverso questi entrano in risonanza con i personaggi interni e con il passato degli altri membri del gruppo.

In termini gruppoanalitici, la matrice dinamica del gruppo nasce dal confluire delle matrici personali dei suoi membri e delle loro gruppalità interne all’interno di una nuova configurazione che, a sua volta, fa riemergere nei singoli partecipanti aspetti a lei consonanti (Gasca 1992,2002).

Nel gruppo di psicodramma gruppoanalitico, le scene rappresentatefanno emergere le connessioni, sempre presenti, tra questi tre vertici. Se nei gruppi a conduzione verbale questo legame viene reso evidente principalmentedall’interpretazionedel conduttore e dai rimandi del gruppo, nellopsicodramma, il legame è svelato dall’interpretazione delle scene. Questa va intesa nel senso in cui si intende che gli attori e il regista interpretino un’opera teatrale. Essi evocano emozioni e collegamenti di immagini che rendono comprensibile la trama sottostante.

A differenza dell’interpretazione verbale-concettuale tipica della psicoanalisi, che rimanda i significati degli eventi ad uno schema teorico estraneo a chi li ha vissuti, l’interpretazione dell’attore esprime un suo punto di vista, una prospettiva nuova che può venire condivisa dagli altri membri del gruppo. Tale prospettiva è parte di un significato che non può essere afferrato totalmente:” Unaprospettiva ha questo di particolare che può, per così dire, toccare e in qualche modo intrecciarsi a molte altre prospettive, e forse a tutte, senza tuttavia perdere mai la propria identità inconfondibile” (Trevi, 1993,pag 17).

È possibile affermare che l’essenza di un gruppo di gruppoanalisi e quella di un gruppo di psicodramma analitico siano sostanzialmente identiche, ma cambia il modo di costruire il senso e la gestione del processo interpretativo (Gasca,2016).

Lo psicodramma gruppoanalitico si differenzia dallo psicodramma classico moreniano sia nelle finalità terapeutiche, sia nella tecnica. Quello moreniano (Moreno,1946) si pone come obiettivi la liberazione della spontaneità dell’individuo e la possibilità di incontro autentico ed armonico tra diversi individui. Persegue fini differenti, non contrastanti e incompatibili, ma diversi da quelli del procedimento analitico, in quanto inquadrati in una diversa visione del mondo, con conseguenti sviluppi teorici e tecnici nella conduzione e nell’attenzione rivolta al gruppo (Vigliano, 2015,2020)

Ad esempio, tecniche come il riscaldamento iniziale (una serie di movimenti ed interazioni anche fisiche che il conduttore prescrive ai membri del gruppo per attivarne l’espressione spontanea e facilitare il contatto), necessario nello psicodramma moreniano, appare del tutto inopportuno nello psicodramma gruppoanalitico, in quanto introduce elementi estranei alle dinamiche inconsce del gruppo, e costituiscono elementi suggestivi e distorcenti il processo in atto.

Diverse tecniche usate nello psicodramma classico, assumono nello psicodramma gruppoanalitico una diversa funzione e, di conseguenza, ne varia la gestione da parte del conduttore. Citeremo tra queste:

  1. La sequenza di scene dello stesso protagonista all’interno di una sessione di lavoro presenta delle similitudini alla libera associazione in analisi, in quanto ogni scena giocata, evocata da ricordi o vissuti, evoca altri ricordi e vissuti.Il conduttore presta particolare attenzione alla mimica, o alla gestualità nel mettere in scena un evento passato, in quanto questi elementi somatopsichici attivano engrammi cinestesici chepresentificano la verità soggettiva, non storica, del protagonista. L’ evento messo in scena è vissuto come se accadesse di nuovo nel qui ed ora, riattualizzando emozioni dimenticate, ricordi sommersi,che si aprono alla coscienza e ad una loro possibile trasformazione. Il conduttore non è, quindi, interessato agli aspetti catartici del gioco di ruolo, ma al portare alla coscienza aspetti che agivano come alieni nell’esperienza del soggetto.
  2. Il cambio di ruolonello psicodramma moreniano classico serve soprattutto ad assumere la prospettiva dell’altro reale, inteso come ruolo sociale. Invece, nello psicodramma gruppoanalitico la funzione principale è dare corpo all’altro come vissuto e rappresentato dal protagonista. Il cambio di ruolo mira alla riappropriazione delle proiezioni sull’altro, delle rappresentazioni modellate nelle matrici di relazioni condivise, a rendere visibileilpersonaggio interno inconsciofacendolo rientrare così nel dialogo del complesso dell’Io.
  3. Il doppiaggionello psicodramma gruppoanalitico è svolto dal conduttore, il quale si pone alle spalle del protagonista e parlacome se fosse una sua voce interna:” Cosa provo? Cosa desidero veramente? Perché sto facendo questo?”. A differenza dello psicodramma classico moreniano, dove il doppio, spesso interpretato da un altro membro del gruppo, incoraggia, rinforza o guida gli atteggiamenti che ritiene positivi, nello psicodramma gruppoanalitico il conduttore mira ad una differenziazione, ad attivare una funzione soggetto, cioè una funzione riflessiva sul contesto rappresentato. Il doppiaggio mira, quindi, all’autorivelazione di aspetti dell’esperienza che il protagonista sa, ma non sa di sapere.
  4. L’uso di scene virtuali, ossia la messa in scena di situazioni che non sono avvenute realmente nella storia del protagonista, ma che in qualche modo lo hanno attraversato. Anche in questo caso non si tratta di mettere in scena la realizzazione di desideri o di situazioni compensatorie, quelle che nello psicodramma moreniano vengono chiamate diiperrealtà e che hanno lo scopo di offrire al protagonista di sperimentarsi in nuovi ruoli e ,magari,consentire al paziente di contrastare una frustrazione o compensare una esperienza negata. Si tratta, invece, di far emergere nuclei di rappresentazioni già presenti nell’inconscio, come preoccupazioni o paure già attive, ma non consce, oppure mettere in scena narrazioni familiari di situazioni nelle quali il protagonista non era presente, ma che lo hannocoinvolto in quanto parte della quella storia familiare condivisa, come eventi accaduti prima della sua nascita. Queste scene possono rivelare degli script transgenerazionali che vengono in tal modo esplicitati e resi comprensibili.

Rispetto alla tecnica gruppoanalitica classica, nella quale il conduttore costituisce un mediatore del processo comunicativo nel gruppo, lo psicodramma gruppoanalitico può apparire più direttivo in virtù del ruolo di regia e doppiaggio svolto dal conduttore nella messa in scena. In realtà, tale direttività è più apparente che reale, in quanto il conduttore, come primo paziente del gruppo, nel guidare il dramma scenico che accomuna i diversi partecipanti, si coinvolge in prima persona nel processo intersoggettivo del gruppo. Nello scegliere quale scena, quale protagonista e nel doppiaresi pone come interprete dell’inconscio del gruppo al pari del conduttore di un gruppo gruppoanalitico che interviene sul piano delle risonanze emotive ea favore della circolarità del processo associativo.

Giocarela matrice:l’ipotesidellamatricepoliedricaedeisaltipsichici

Bateson, nella sua” teoria del gioco e della fantasia” mette in evidenza un aspetto evolutivo della comunicazione umana, la capacità dell’individuo di non rispondere automaticamente ai segni dello stato dell’umore dell’altro (verbali o non verbali) e di assumere la libertà personale di attribuire ad un segno (parola o gesto) il valore di segnale rispetto la qualità della relazione o un valore simbolico. Tale interpretazione consente di rispondere con altrettanti segni -segnali-simboli con lo scopo di correggere, variare o accettare il messaggio dell’altro. Questa libertà soggettiva è data dalla cornice del gioco, del come se, che definisce il senso di ciò che viene messo in atto nella relazione senza vincolarlo ad un esito predefinito:” Le azioni che in questo momento stiamo compiendo non denotano ciò che denoterebbero le azioni per cui esse stanno” (pag. 219 ,1972).

Questa cornice è centrale nello psicodramma gruppoanalitico, in quanto colloca la relazione tra i membri del gruppo e il senso dell’agire scenico su un piano rappresentativo, metacomunicativo e simbolico. In questa cornice, i segnali (comportamenti non verbali, affermazioni verbali, tono della comunicazione etc.) e le immagini che emergono si correlano, nello spazio ritualizzato del gioco, all’implicito del discorso del gruppo e alla matrice dinamica in atto.

Sempre Bateson evidenzia due caratteristiche del gioco:

  1. I messaggi o segnali scambiati nel gioco sono in un certo senso non veri o non sono quelli che si hanno in mente. Giocare alla lotta implica il sapersi fermare prima che l’avversario si faccia male. L’obiettivo non è abbatterlo realmente, ma rappresentare una situazione esperendone emozioni e rappresentazioni.
  2. Ciò che viene denotato da questi segnali nella cornice del gioco è inesistente. Il giocare implica rappresentare una situazione, entrarci dentro come in un teatro, esprimere una mappa di una relazione (pag. 223)

Il gioco di ruolonello psicodramma relativizza, in pratica,le conseguenze prevedibili di un’azione in quanto colloca il senso di ciò che è rappresentato sul piano della metafora e della reversibilità. La scena psicodrammatica viene così a costituirsi come una struttura di relazioni immaginale, come una mappa di una rete di relazioni che si connette inconsciamente a tanti altri possibili livelli di significato. Una scena rappresenta la storia di uno, ma nello stesso tempo rappresentauna struttura di relazioni che può interpretare tante altre storie possibili. Bateson stesso sottolinea la dimensione paradossale insita nel gioco, in quantoall’interno della sua cornice non è possibile rispondere con una logica razionale, ma solo con un processo analogico simile a quello del sogno. Ne consegue che nella rappresentazione teatralizzata dello psicodramma il piano analitico non si realizza solo con il passaggio alla coscienza, ma anche con un continuo processo di trascendenza di vincoli inconsci, fratture e frammentazioni. Attraverso l’assunzione di un ruolo o più ruoli, il doppiaggio e lo scambio di vissuti sul piano verbale, l’Io del protagonista è certamente coinvolto in un’attività riflessiva cosciente,ma nello stesso tempo il gioco di rappresentazioni che si interconnettono portail contenutorappresentato oltre la coscienza dell’Io e la mappa che li sintetizza allude ad un territorio più ampio,capace di contattare parti non coscienti, dissociate, potenziali e transpersonali.

L’attivazione del processo “primario”,come lo definisce Bateson, e che noi preferiamo definire onirico,insita nel gioco, fa sì che venga interrotta la costruzione intransitiva di una affermazione logico-razionale tipica del linguaggio verbale, in base alla quale data una premessa si avrà una precisa e prevedibile conseguenza. Nella logica del processo “primario”, così come nel sogno, una premessa può essere modificata da ciò che segue. La messa in scena di un evento del passato può in qualche modo modificarne la stessa rappresentazione. E ‘questo principio transitivoche apre lo spazio al cambiamento. L’evoluzione inaspettata della messa in scena, o la scoperta di una emozione mai mentalizzata, può cambiarei ricordi, le configurazioni dell’assetto del Sé personale e i suoipersonaggi interni, ridisegnando così una nuova storia autobiografica.

Le due caratteristiche del gioco, evidenziate da Bateson, sono alla base di ciò che definiamo nello psicodramma gruppoanalitico il passaggio dall’enactment all’embodiment, ossia di quel processo che consente il passaggio dalla ripetizione inconscia di schemi di relazione all’ assunzione di una nuova consapevolezza di sé e il vissuto di essere” presente” nel proprio corpo e “soggetto” della propria esistenza (Sordano, 2023a, 2023 b, 2023c).

L’embodimentnasce all’interno dell’inquadramento psicologico del far finta di e all’interno di un processo di mutuo riconoscimento e rispecchiamento, nel quale le reazioni inconsce diventano interconnesse(Foulkes e Antony, 1957).

Il nostro concetto di embodiment, principalmente mutuato da Husserl (1913), va oltre la simulazione interna descritta dalle neuroscienze (Gallese, 2003), in quanto si struttura all’interno di unaesperienza di incontro (Stern, 2004) con un altro reale, in quanto presente nel processo intersoggettivo. E’ all’interno di uno sguardo congiunto (Merleau Ponty, 1945) che l’embodiment si correla all’assimilazione di nuovi significati nell’interpretazione della propria storia personale.

Il gioco psicodrammatico costituisce, in sintesi, il cuore del processo di messa in scena della matrice di gruppo e del superamento della logica di contrapposizione tra individuo e gruppo, in quanto ciò che fa emergere è il “motivo” che accomuna le interconnessioni esistenti.

Possiamo individuare alcuni fattori basilari di questa relazionetransizionale:

  1. La funzione riflessiva dello sguardo dell’altro
  2. La dimensione figurativa capace di ridefinire costantemente i confini dell’esperienza soggettiva
  3. La sincronizzazione degli aspetti del sé (stati del sé e ruoli interni) attivati dal coordinamento operato dal Selbst di gruppo (Strubel,1981)

Lo sguardo

è un fattore dinamico e simbolico allo stesso tempo, in quanto il gruppo può fungere da specchio capace di restituire attraverso la molteplicità dei punti di vista e dei rispecchiamenti emotivi una immagine di sé più coesa, aperta ad aspetti potenziali. Nello stesso tempo lo sguardo dell’altro, in quanto presenza reale nell’interazione, può lasciar emergere aspetti invisibili, impliciti nella storia dell’altro attraverso la messa in gioco della propria soggettività (Merleau Ponty, 1945-1964).

La funzione riflessiva dello sguardonel gruppo prescinde dal puro meccanismo percettivo, in quanto rimanda all’esperienza di avereuncorpoinpresenzadell’altro. Si tratta di una esperienza profonda che può rimettere in scena sia sentimenti di minaccia, di assenza legata a vissuti di uno sguardo senza visione (Lacan 1964,1966), o attivare un senso di presenza e consapevolezza di sé accompagnato da un sentimento di autenticità (Napolitani, 1987).

Ladimensionefigurativadellascenadrammatizzata.

Nell’intreccio tra associazioni e scambio di vissuti, la scena psicodrammatica può essere letta come un testo visivo(Sordano, 2006) che si apre a molti livelli interpretativi, in quanto i suoi aspetti simbolici e rappresentativi svelano sia le interconnessioni del dialogo intersoggettivo, sia la fase dinamica della matrice del gruppoe il suo fondamento archetipico.

La scena teatralizzata desomatizza un contenuto, nel senso che lo svincola dalla concretezza dell’evento narrato, in quanto il gioco sposta il suo significato dal piano dell’agito a quello di rappresentazione immaginale. È proprio questa funzione immaginale (Gasca, 1995, Corbin, 1972) a trasformare la scena in una sorta di“lettera” (Courtes,1986) destinata a molteplici interlocutori, che a loro volta la interpreteranno in base alla loro soggettività. Le scene si connettono, inoltre, intorno ad un “motivo” condivisoalla base del processo ricorsivo tra collettivo e individualità.

LasincronizzazioneinconsciadegliaspettidelSé

Parafrasando un detto di Eraclito, possiamo dire che un gruppo è come l’acqua del fiume che scorre e nel tempo né l’acqua né chi si bagna sono gli stessi. Le storie si intrecciano, ognuno diventa parte della scena dell’altro e ne interiorizza il ruolo. Questa integrazione di prospettive produce dei cambiamenti non solo nelle rappresentazioni dei singoli, nei personaggi interni, ma anche in quelle co-create dal gruppo nel suo insieme. Il gruppo diventa in tal caso un terzo intersoggettivo(Benjamin, 2018)che evolve, che viene interiorizzato e che continuerà a dialogare nel tempo con ogni singolo partecipante anche dopo la fine del gruppo.

Nella prospettiva junghiana,questa tendenza all’unità e alla trascendenza è rappresentata dal Selbst (Jung, 1976**). Il Selbst, non può essere assimilato all’Io individuale ed è caratterizzato da una energia evolutiva o involutiva che prescinde il singolo. Il Selbst di gruppo costituisce in pratica una sorta di campo dinamico caratterizzato da un processo trasformativo riconducibile a regole matematiche di tipo irrazionale (come la sezione aurea),a cui corrispondono determinati simboli e conflitti trasmessi da generazione in generazione: “A questo scopo è necessario porre in evidenza i fatti che hanno indotto la psicologia a ipotizzare un archetipo della totalità o del Sé: in primo luogo i sogni e le visioni; in secondo luogo i prodotti dell’immaginazione attiva in cui ricorrono i simboli di totalità. Tra questi ultimi occorre citare le figurazioni geometriche contenenti elementi del cerchio e della quaternità……. Il Sé può dunque assumere tutte le forme, dalla più alta alla più bassa, in quanto esse trascendono alla maniera di un daimonion l’ambito della personalità dell’Io” (pag. 212- 2015,1976**)

Secondo Neumann (1957) il Selbst è un campo ordinatore superiore a quello archetipico perché legato al presente, ai nessi di significato e alle implicazioni unificanti tra uomo e uomo, uomo e contesto nel qui ed ora. Questo campo ordinatore necessità di una relazione trasmutante che regola lo scambio intersoggettivo. Malcom Pines (1998) sosteneva che il coordinamento intersoggettivo in un gruppo avviene tramite una dinamica assimilabile al“matrimonio”, cioè con l’accoppiamento con il diverso, con una parte estranea che entra nella propria sfera relazionale, piuttosto che con un accoppiamento gemellare così come sostenuto da Kohut.

L’idea di Pines presenta delle assonanze con il processo di formazione dei quasi cristalli (Schechtman,1984), nei quali la relazione trasmutantesi basa sul salto degli atomi da una struttura molecolare ad un’altra. I salti consentono la formazione di nuove configurazioni poliedriche con connessioni armoniche e simmetriche a lunga distanza. I quasi cristalli in sintesi evidenziano la possibilità di un processo evolutivo basato non sull’autoripetizione, ma sul coordinamento di parti del sé personale in matrici relazionali che si trasformano all’interno di regole matematiche basate sull’armonia e la simmetria.

Il gioco psicodrammatico svela e trasforma la matrice integratrice del gruppo indicando progettualmente aspetti potenziali che vanno oltre la storia personale del singolo partecipante. Questa ipotesi coincide con quanto affermato da Stone circa il fatto che “i gruppi non contengono alcuna mente sovraindividuale, ma un progetto sopraindividuale “(2009,p.22)

E quindi l’essere all’interno dimatrici di gruppo coese, simbolo di una totalità simbolica, con una propensione evolutiva armonica, ma non ripetitiva (Sordano, 2009- Gasca, Sordano, 2023) , aconsentire quei” salti” psichici, ovvero relazioni trasmutanti utili ad attivare un processo creativo volto a cambiare le configurazioni del sé personale e del gruppo e a porre entrambi in un assetto di apertura verso l’alterità e l’ignoto, così come inteso da Levinas (1980).

L’individuazione

Jung afferma:” Uso il termine “individuazione” per designare quel processo che produce un “individuo” psicologico, vale a dire un’unità separata, indivisibile, un tutto”(p.167,1976*).

Ma come l’esperienza psicodrammatica contribuisce a questa differenziazione?

Una prospettiva è fornita dal continuo alternarsi di fasi di flusso (flow) legato all’agire psicodrammatico edi riflessione attraverso l’elaborazione verbale dei vissuti.Nel gioco si ha, per così dire, un momento in cui la coscienza razionale si dissolve nel vissuto dell’azione drammatica alla quale succede una fase, quella dei feed -back verbali, in cui la coscienza osserva dall’esterno gli accadimenti psichici della scena. Questa seconda fase riflessiva è ciò che Foulkes ha definito come Ego training in action.Nel flusso si ha, per molti aspetti, una condizione simile al sogno, nella sua funzione di problem solving,di rielaborazione e completamento di gestalt rimaste incompiute nell’esperienza diurna. La realtà onirica, infatti, libera dalla necessità di ottenere utili immediati, rende possibile la condizione che Gehlen definisce “esonero”:

“Una libera attività che, prescindendo dai bisogni biologici immediati, rende possibile mantenere e attuare un comportamento indipendente da un ventaglio di stimoli provenienti da una situazione mutevole. Ogni autentico impiego di simboli si fonda su tale condizione di affrancabilità dal contesto della situazione contingente, poiché è nell’essenza del simbolo alludere ad un non dato e ad una non inferibilità da quel contesto.” (Gehlen 1978, pagg. 56-57; corsivi degli autori).

Mentre Schechner osserva l’utilità del teatro nel rappresentare alternative virtuali:

“La vera conquista degli uomini – che alcuni primati e mammiferi condividono, ma non hanno elaborato – è la capacità di prendere decisioni basandosi su alternative virtuali, oltreché reali. Una volta evocate, queste alternative assumono una realtà propria. Il teatro è appunto l’atto di realizzarle e il mezzo per sviluppare le loro forme (…) trasformando ciò che è virtuale in azione” (Schechner 1973, pag. 150, corsivi miei).

Nella fase flow,il protagonista interpreta le proprie parti incarnandole in un corpo che le vive e le esperisce. Inoltre, osservando il muoversi degli altri partecipanti nella scena, può immedesimarsi in loro, attivando, attraverso i suoi neuroni-specchio, quelli che Downing(1994) chiama cinogrammi, reticolo di convinzioni motorie pre ed extra verbali, non meno complesse del pensiero concettuale (si pensi alle risposte al Rorschach con determinante movimento).

Il corpo presente in psicodramma, infatti, non è quello che i fenomenologi chiamano Korper (aggregato anatomico di ossa, muscoli e visceri), ma diventa il“Leib”,cioè corpo vissuto dell’esperienza soggettuale, che si costituisce in movimenti dotati di senso, intenzionalità e relazionalità.

Binswanger (1930), riprendendo un passo di Eraclito nel quale il filosofo greco, paragona il sogno alla veglia, osserva come l’individuo sognante si trovi gettato in una situazione di cui ignora il come e il perché; ma anche che il più delle persone anche da sveglie è come se sognassero. Sono, cioè, determinate dagli eventi (nei nostri termini la matrice sociale, culturale, familiare) che essi non hanno scelto e che definiscono la loro identità. Ognuno finisce così per essere un chiunque (quisque) definito dal solo trovarsi, come per caso, in una certa situazione.

Ma, continua:

“Da uno qualsiasi (Selbiger), definito dalle cose che gli accadono, egli non sa come divento un Sé (ein Selbst), quando decido non solo di sapere che cosa mi succede ma di intervenire sul movimento degli eventi, introducendo in essi una continuità ed una consequenzialità, facendone la storia interiore della mia vita” (Binswanger, 1930, pag. 95).

Ora il concetto di individuazione, nell’ottica junghiana, comporta propriamente il cercare il tendere verso un’unità differenziata, inteso non come il Sé/Io attuale, ma come il punto prospettico che sintetizza le molteplici istanze presenti nella psiche verso la ricerca di un significato che caratterizzi e illumini la particolare esistenza di ciascuno. Ciò può anche definirsi un destarsi dell’individuo nel sogno della sua esistenza (Bromberg, 2006).

Il Selbst di gruppo riflettendosi, nella sua variegata complessità e unitarietà, nella storia di ciascun membro,compendia in sé le molteplici matrici personali dei membri, le loro parti non comunicate al gruppo e spesso non ancora esplicitate alla coscienza del singolo membro, e ancora le possibili configurazioni creative che tali istanze possono assumere interagendo nel gruppo stesso. Gli accadimenti psichici del gruppo rappresentano così una matrice della vita mentale dell’individuo, come afferma Foulkes:” Come gruppoanalisti non condividiamo la giustapposizione di una realtà psicologica “interna” ed una “esterna” realtà fisica o sociale che per la psicoanalisi ha senso” (240,1990) in quanto la matrice personale è sovrapersonale, così come Jung sostiene che il Selbst si colloca oltre i confini della mente individuale.

In questo senso il Selbst di gruppo, con la sua capacità di decostruire e ricostruire possibili configurazioni creative consente a ciascuno di assimilarne la matrice unitaria, integrativa, evolutiva, prospettica. Ciascun membro, potrà, conclusa l’esperienza del gruppo stesso, portare fuori parti degli altri, l’esperienza di quell’appartenenza ad una unità che darà coerenza anche all’esperienza futura.

E’ questa funzione simbolica del gruppo dentro (Foulkes, 1973-1975)a rimandare a qualcosa che è oltre a quanto viene rappresentato nel qui ed ora dell’incontro.

Jung afferma “il fatto che una cosa sia simbolo dipende dall’atteggiamento della coscienza che osserva, dall’atteggiamento di un intelletto che considera il fatto non solo come tale, ma anche come espressione di altri fattori sconosciuti (…) Questo atteggiamento è espressione di una determinata concezione del mondo, che attribuisce agli accadimenti grandi come piccoli, un senso ed a questo senso attribuisce un determinato valore maggiore di quello che si è soliti ascrivere alla realtà” (Jung 1921, pagg. 485-486).

Bibliografia

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