Luca Pinciaroli, Annamaria Frammartino
Intervento seminario COIRAG
Violenza invisibile
La parola violenza evoca nel nostro immaginario guerra, distruzione, aggressione, forme fisiche di violenza agita volontariamente da un soggetto su un altro.
La violenza visibile lascia segni visibili.
Slavoj Zizek, psicoanalista e filosofo sloveno, ci apre gli occhi di fronte ad un’altra forma di violenza. Ci invita a liberarci dal miraggio affascinante della violenza soggettiva, visibile direttamente, compiuta da un attore identificabile e ci porta ad individuare una violenza che nutre i nostri stessi sforzi di combatterla e promuovere la tolleranza.
E’ questa la violenza oggettiva, invisibile che assume due sembianze: simbolica e sistemica. La violenza simbolica attiene al linguaggio come mezzo per imporre un certo tipo di significati.
La violenza sistemica alle conseguenze catastrofiche del funzionamento ben oliato dei nostri sistemi economici e politici.
Non è possibile per Zizek percepire la violenza soggettiva e quella oggettiva dallo stesso punto di osservazione: la violenza soggettiva irrompe come tale su di uno sfondo di totale assenza di violenza, la violenza oggettiva è nascosta, insita in uno stato di cose, normale pacifico.
E’ invisibile perchè alla base dello stesso sfondo neutro rispetto al quale percepiamo qualcosa come soggettivamente violento.
La violenza sistemica è simile alla materia oscura della fisica, la gemella invisibile di una violenza soggettiva fin troppo visibile.
Ma per quanto invisibile è necessario tenerne conto se si vuole trovare una spiegazione a quelle che altrimenti sembrano esplosioni irrazionali di violenza soggettiva.
Zizek si e ci interroga: se vi fosse qualcosa di violento nel linguaggio?
Il linguaggio riduce un oggetto a simbolo, semplifica l’oggetto riducendolo ad una unica caratteristica.
“L’inconscio è strutturato come linguaggio” dice Lacan condensando questo dramma nella relazione tra il soggetto e il significante dominante. L’uomo è un animale in preda al linguaggio, decentrato dall’Altro, altro da sé.
“C’è sempre un senso di illimitatezza nel desiderio” scrive l’attivista e filosofa Simone Weil. Da principio gli individui cercano potere per non essere dominati dagli altri, ma se non stanno attenti potranno trovarsi presto ad oltrepassare il limite oltre il quale cercheranno di dominare gli altri. “La rivalità tra esseri umani può essere superata solo quando ogni essere pone un limite ai propri desideri”. Ed è il linguaggio stesso, ciò che tutti ritengono il veicolo del dialogo e della non violenza, a produrre una violenza incondizionata.
Il linguaggio che spinge il desiderio oltre i giusti limiti trasformandolo in un desiderio che contiene l’infinito.
“Si prende atto di tutto senza mai giungere a una conoscenza. Si ammassano informazioni e dati senza mai giungere a un sapere. Si bramano esperienze vissuti ed emozioni eccitanti in cui però si resta sempre uguali. Si accumulano amici e follower senza mai incontrare veramente l’Altro” Il filosofo Byung-Chun Han nel suo libro “L’espulsione dell’Altro” parla della proliferazione dell’Uguale nella post modernità, attraverso cui è operata la rimozione della negatività . La rete si trasforma in una camera di risonanza dalla quale è eliminata ogni alterità, ogni estraneità. La vera risonanza presuppone la vicinanza dell’altro. La vicinanza dell’altro cede il posto all’assenza di distanza dell’uguale. La comunicazione globale ammette solo altri uguali o uguali altri. La negatività dell’altro cede il posto alla positività dell’uguale generando processi autodistruttivi.
Protect me from what I want , il comandamento dell’artista Jenny Holzer ,per farci capire il carattere della violenza della positività , la violenza invisibile.
“Essendo atopico l’altro fa tremare il linguaggio”
Roland Barthes, in “Frammenti di un discorso amoroso” dice: non si può parlare di lui, qualsiasi attributo è falso, doloroso, goffo ed imbarazzante. La singolarità è diversa dall’autenticità che presuppone la comparabilità.
L’altro che io desidero è illocalizzabile. Si sottrae ad ogni paragone.
La cultura del continuo paragone non ammette nessuna negatività dell’atopos poichè rende tutto comparabile ed uguale.
“Ogni compressione innaturale della conflittualità, ogni ricerca di cancellare i conflitti conduce inevitabilmente allo scontro”
“Tutto è possibile, tutto è lecito, ogni frontiera va abolita, bisogna godere senza limiti, l’immortalità è qui, l’uomo biologico è superato”.
Benasayag ci parla di una società post-organica, di un essere umano modulare capace di abbattere ogni limite: tutto è possibile, questa è la vera barbarie dei nostri tempi. Ne siamo immersi ma non vediamo, citando Russeau: con il progresso vediamo ciò che guadagniamo non ciò che perdiamo. Il limite vissuto come limitazione e non più come condizione del possibile.
Nel suo libro “Psiche”, Luigi Zoja scrive: Ogni proiezione richiede una partecipazione, chi ama proietta i suoi sentimenti sulla persona amata: questo significa che vuole la sua presenza. Chi ritira le proiezioni ha meno necessità di presenze: ritiro dopo ritiro si sottrae al mondo. Il sentimento d’amore autentico trova il suo germe nella consapevolezza profonda di essere mancanti. E’ ciò che afferma Hilmann : questa mancanza propria dell’anima non riflette forse la natura essenziale di Eros, la cui madre era Penia (povertà, bisogno, mancanza)? E non è proprio questa mancanza che si presenta di nuovo ogni volta che amiamo?
Jung direbbe “ognuno è seguito da un’ombra tanto più nera e densa quanto meno è incorporata nella vita cosciente dell’individuo”
Come ombra Jung descrive l’altro lato, il fratello oscuro, l’esperienza del diverso.
Quando l’ombra è negata, quando vi è una polarizzazione sul positivo, conscio, razionale, l’altra parte assumerà forme violente e distruttive. La compensazione è la ragione per cui se la coscienza non va verso l’inconscio, sarà l’inconscio a incombere su di essa e lo farà in modo tanto più violento e coatto quanto più sarà la resistenza incontrata.
In “psicologia della transizione” Jung scrive che conoscere la propria Ombra rende l’uomo corporeo: il movimento è verso il basso, verso l’incarnazione, l’inferiorità, la terra. Parlando di Se, di compensazione e di ombra come funzione parliamo di complementarietà. Di opposti come tensione dialettica e non più come antitesi logica. L’obiettivo diventa la completezza più che la perfezione.
Dice Umberto Galimberti : Si tratta di andare a cercare la terza via che non si identifica con nessun polo, che provoca la discussione ed il confronto, che pone la questione del limite e del confine, sollecitando un movimento dialettico tra dentro e fuori di sè, fra presa di distanza e nuova riconciliazione.
Fronteggiare l’ombra è affrontare il totalmente altro , affrontare il male, il limite e la morte, capire che farsene, dal momento che paiono inestricabilmente legati e attratti dai loro luminosi opposti. Il processo integrativo implica l’accettare di ospitare nella propria personalità entità parzialmente autonome: ciò è possibile solo riconoscendo che esse rinviano tanto a possibilità di crescita quanto a disfunzioni e fragilità.
E’ cio che Jung definisce un compito eroico e tragico.
